Davide Martino

Una mattina d’autunno di tre anni fa J. arriva a scuola in lacrime. Nonostante la temperatura invernale non ha avuto tempo di indossare un cappotto: suo padre ha sette figli da accompagnare a scuola, e J. ha dovuto sbrigarsi. J. ha sette anni, e le sue manine sono blu per il freddo. Quando entra nella mia classe noto le sue lacrime, e non appena me ne spiega la ragione stringo le sue dita intirizzite fra le mie, provando a scaldargli le mani. I primi minuti della giornata, compreso l’appello, passano cosí, le manine fredde di J. strette fra le mie.

Mi piace pensare che il mestiere degli insegnanti si possa riassumere cosí: ogni giorno, nelle scuole di tutto il mondo, maestri e maestre trasmettono calore, passione, sapere, e futuro. Ho avuto la fortuna di fare anch’io questo mestiere per due anni, grazie all’associazione britannica TeachFirst. Il progetto è rivoluzionario: in un paese in cui l’educazione si può letteralmente comprare in grandi scuole private come Eton, TeachFirst recluta giovani e meno giovani pieni di entusiasmo, li forma, e li manda a lavorare in comunità disagiate e/o marginalizzate, le cui scuole fanno sempre più fatica a reclutare personale docente. Dopo quattro anni in una cittadina universitaria inglese, TeachFirst mi pareva l’occasione giusta per vedere l’altra faccia del Regno Unito, e per ripagare un po’ il debito contratto con la società britannica, che mi aveva cosí generosamente accolto ed educato.

Mi sono ritrovato a Corby, una cittadina delle Midlands, ex-cuore della siderurgia europea. Un villaggio fino agli anni ’30, la città era cresciuta al ritmo degli altiforni, attirando famiglie scozzesi e irlandesi in cerca d’impiego. L’acciaieria, come tanti altri impianti industriali britannici, ha chiuso negli anni ’80, e per decenni Corby è rimasta ferma. Nel pomeriggio d’estate in cui l’ho visitata per la prima volta, non riuscivo a credere ai miei occhi: passeggiare per il centro era come viaggiare indietro nel tempo di venti o trent’anni. Pensai che non sarei mai riuscito a sentirmi a casa in un posto cosí lontano dal mio mondo, dalla mia realtà. Mi sbagliavo di grosso.

Sono stati i bambini a farmi cambiare idea. Lavorare in una scuola è un vero privilegio: certo, siamo noi insegnanti a dover trasmettere il calore, la passione, il sapere, il futuro di cui parlavo, ma sono i bambini a regalarci in cambio risate, disegni, sorrisi, gioia insomma. Come quel giorno che fuori pioveva, o quel mattino che avevo dimenticato il pranzo a casa, o quel lunedí che mi ero svegliato di cattivo umore: qualunque cosa mi portassi dietro, i miei alunni me la facevano dimenticare. Come ogni apprendista che impara il mestiere, ho fatto tanti errori: ci sono lezioni che vorrei poter cancellare dalla mia memoria come da quella dei bambini, frasi che ancora mi rimangio, gesti che non ripeterei. Rispetto ai tanti momenti indimenticabili, ai ricordi che non abbandonerei per nulla al mondo, ai giochi, alle battute, agli scherzi, ai momenti in cui finalmente B. capisce quello che cerco di spiegargli da due settimane, però, quegli errori impallidiscono.

Sapere che Insegnare per l’Italia porterà avanti un progetto simile a quello di TeachFirst, offrendo ad altri l’opportunità fantastica che ho avuto io, mi riempie di gioia. Se stai leggendo queste righe chiedendoti se la scuola faccia per te, se hai la fibra della maestra o del maestro, ovviamente non posso rispondere al tuo posto. Però io consiglierei di buttarsi: è una delle migliori decisioni che abbia mai preso.